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Fuga degli studenti, titolo di studio estero e rientro in Italia: l’impasse dell’equipollenza

di Michela de Julio
Consulente legale e Traduttore ufficiale

Gli studenti italiani che vanno a studiare all’estero

Negli ultimi anni è in forte aumento il numero di studenti italiani che svolgono parte dei loro studi all’estero, sia per periodi di scambio sia per l’intero ciclo accademico. Secondo dati Eurostat, nel 2021 oltre 17.000 studenti italiani hanno intrapreso un percorso universitario (laurea triennale o magistrale) fuori dai confini nazionali; considerando anche i partecipanti a programmi di scambio Erasmus e simili, il totale degli italiani coinvolti in esperienze di studio all’estero raggiunge circa 75.000 nello stesso anno. Questo valore conferma la ripresa della mobilità dopo la flessione dovuta alla pandemia: ad esempio, uno studio segnala che nel 2022 il numero di studenti italiani partiti è cresciuto del 35% rispetto al 2019.

In termini assoluti, l’UNESCO stima in circa 84.500 gli studenti universitari italiani “mobili” (cioè iscritti in atenei esteri) negli ultimi anni, pari a circa il 4% della popolazione studentesca universitaria italiana. In confronto, altri grandi Paesi europei come Germania e Francia hanno proporzioni simili di studenti in uscita (attorno al 4%), ma bilanciano meglio il flusso in ingresso di studenti stranieri. L’Italia infatti registra solo circa il 3-5% di studenti stranieri nei propri atenei, un valore distante da Francia (9-12%) o Germania (~10%). In altre parole, il nostro sistema forma molti giovani che vanno altrove, senza riuscire ad attrarne altrettanti dall’estero.

Le destinazioni preferite dagli studenti italiani riflettono sia la prossimità geografica che la reputazione accademica. In Europa la meta preferita è la Spagna, scelta da oltre il 21% degli studenti italiani in mobilità nel 2021, seguita da Francia (13%) e Germania (12%), ma anche il Regno Unito. Guardando al totale degli iscritti all’estero, il Regno Unito ospita il numero maggiore (14.479 studenti italiani), seguito da Germania (10.820) e Austria (9.185). Tra le destinazioni extraeuropee spiccano gli Stati Uniti, con oltre 5.200 studenti italiani presenti, oltre a Canada, Australia e altri paesi anglofoni apprezzati soprattutto per la lingua e la qualità dei corsi. Va notato però che, dopo la Brexit, il numero di italiani iscritti in atenei britannici ha subito un leggero calo (circa 11.320 nell’a.a. 2021-22, un dato in flessione rispetto al passato) a causa dei nuovi vincoli e costi.

Un capitolo a parte è rappresentato dai programmi di scambio internazionale. L’Italia è ai vertici in Europa per partecipazione al programma Erasmus+: nel 2021 quasi 74.000 studenti e giovani italiani hanno preso parte a progetti di mobilità Erasmus (per studio universitario o tirocinio formativo), il numero più alto tra i paesi aderenti. Dal 1987 a oggi, oltre 570.000 studenti italiani hanno usufruito di Erasmus per un periodo di studio o tirocinio all’estero. Anche a livello scolastico la tendenza cresce: nell’anno scolastico 2022/23 più di 1.700 ragazzi italiani (15-17 anni) hanno trascorso un trimestre o anno all’estero tramite programmi di scambio interculturale. Questi dati confermano che la “generazione Erasmus” in Italia è una realtà consolidata, con esperienze all’estero sempre più comuni sia durante le superiori che all’università.

Studenti che rimangono fuori o studenti che rientrano? Il nodo del “brain drain”

Molti giovani italiani che partono per studiare (o dopo la laurea) scelgono poi di restare all’estero per lavorare, dando luogo al fenomeno noto come “fuga dei cervelli”. Secondo l’ISTAT, nel periodo 2011-2023 ben 550.000 italiani tra 18 e 34 anni si sono trasferiti all’estero in cerca di migliori opportunità di lavoro; considerando i rientri nello stesso periodo, il saldo netto resta comunque di 377.000 giovani in meno, ossia oltre un terzo di milione di under-35 italiani stabilitisi fuori dal Bel Paese. In media ogni anno l’Italia perde circa 8.000 giovani laureati (25-34enni) che emigrano all’estero per trovare opportunità di carriera migliori. I settori tecnico-scientifici sono particolarmente colpiti: ad esempio, circa il 10% dei neo-laureati italiani negli ultimi anni si è trasferito fuori, percentuale ancora più alta tra ingegneri e informatici, figure peraltro molto richieste anche sul mercato interno.

Questa emigrazione di capitale umano qualificato diventa un problema quando non vi è un “ricambio” equivalente in ingresso. Pochi di questi giovani altamente formati fanno ritorno in patria, aggravando il deficit di competenze. Il governatore di Bankitalia Fabio Panetta, in occasione dell’apertura dell’anno accademico ha sottolineato che “quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l’intera collettività… il basso rendimento della formazione universitaria in Italia spinge un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero, un fenomeno che interessa anche il Nord del Paese”.[1] In effetti, i dati mostrano che molti di coloro che lasciano l’Italia per studio o lavoro tendono a rimanere all’estero se trovano condizioni migliori. Negli ultimi anni circa un laureato su dieci ha lasciato l’Italia, con una maggiore incidenza tra ingegneri e informatici. Il fenomeno trova una spiegazione nei forti divari retributivi rispetto ad altri Paesi europei. Un laureato tedesco guadagna in media l’80 per cento in più di un italiano, mentre il differenziale con la Francia si aggira intorno al 30 per cento. Tali distanze si sono ampliate nel tempo.

Le retribuzioni non rappresentano l’unico fattore. I giovani cercano contesti professionali nei quali il merito trovi riconoscimento attraverso contratti stabili, ruoli coerenti con le competenze acquisite e percorsi di carriera più dinamici. Quando la scelta di emigrare nasce da carenze strutturali del contesto di partenza, essa comporta costi elevati per chi parte e per il sistema nel suo insieme.

In sintesi, la permanenza all’estero dopo gli studi non è più un’eccezione ma una scelta sempre più comune, alimentata dal divario di opportunità rispetto all’Italia.

Detto ciò, esiste anche il fenomeno inverso dei cosiddetti “cervelli di ritorno” – italiani che, dopo aver studiato o lavorato all’estero, decidono di rientrare. Tuttavia, i numeri finora restano modesti rispetto alle uscite. Nel già citato saldo ISTAT 2011-2023, su 550mila partenze under-35 i rientri sono stati circa 173.000 (cioè meno di un terzo). Il rientro spesso avviene a distanza di anni e può essere ostacolato da diverse difficoltà logistiche e burocratiche. Tra queste, un punto critico è il riconoscimento in Italia dei titoli di studio e delle qualifiche professionali conseguiti all’estero, senza cui i “cervelli di ritorno” non possono sfruttare appieno le competenze acquisite fuori. Si tratta dei procedimenti di equipollenza che richiedono una documentazione articolata e formalità specifiche. Tra gli adempimenti principali figurano l’apposizione dell’Apostille (o, dove previsto, la legalizzazione consolare), la traduzione giurata degli atti, la dichiarazione di valore rilasciata dal consolato italiano competente, nonché – nei casi richiesti – l’attestato di comparabilità e verifica emesso dal CIMEA. Ogni passaggio risponde a requisiti distinti in base alla finalità del riconoscimento.

Riconoscimento dei titoli di studio esteri in Italia

In Italia, un titolo accademico conseguito all’estero non ha automaticamente valore legale: per poterlo utilizzare (ad esempio per iscriversi a un ordine professionale, partecipare a un concorso pubblico o proseguire gli studi) è necessario passare attraverso procedure di riconoscimento o equipollenza. Questo vale sia per i cittadini italiani rientrati con lauree straniere, sia per gli stranieri che arrivano in Italia con un titolo estero. Si tratta di un processo spesso lungo e complesso, che coinvolge diverse autorità a seconda del caso (Atenei e istituti di istruzione superiore per il riconoscimento accademico, ministeri competenti o ordini professionali per le professioni regolamentate come medico, avvocato, insegnante, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio della fuzione pubblica se l’obiettivo è quello di partecipare a un concorso pubblico).

Alcuni numeri aiutano a inquadrare il fenomeno. Solo nell’ultimo anno di rilevazione, in Italia sono stati valutati circa 55.000 titoli di studio esteri, rilasciando oltre 11.800 attestati di comparabilità e 5.480 attestati di verifica. Questi attestati, emessi dal centro ENIC-NARIC italiano (CIMEA), servono a dichiarare l’equivalenza di un diploma straniero nel quadro universitario italiano o ad attestarne l’autenticità, e sono spesso il primo passo per il riconoscimento. Complessivamente, CIMEA ha emesso 17.320 attestati di comparabilità/verifica nell’ultimo anno, a supporto di migliaia di studenti e professionisti che intendevano proseguire gli studi o lavorare in Italia con un titolo straniero. I Paesi da cui provengono più titoli valutati riflettono anche dinamiche geopolitiche recenti: ad esempio, nel 2022 sono aumentate le richieste di riconoscimento per lauree ottenute in Ucraina e Iran, a seguito delle crisi in quei Paesi. In testa però troviamo anche titoli conseguiti in nazioni come Pakistan, Bangladesh, India, USA, Regno Unito, Afghanistan, Cina, oltre a diversi paesi europei. Ciò indica che il bacino di chi chiede il riconoscimento in Italia è variegato: include sia giovani italiani di ritorno da mete anglosassoni o europee, sia immigrati altamente qualificati originari di Asia, Medio Oriente, Africa e Americhe.

Un caso particolare è il riconoscimento delle qualifiche professionali regolamentate, ambito in cui l’Italia recepisce la normativa UE sulla libera circolazione dei professionisti. Nel 2022 le autorità italiane hanno ricevuto 5.868 domande di riconoscimento di qualifiche professionali conseguite all’estero (per esercitare stabilmente in Italia). Di queste, circa la metà (46,9%) sono state approvate positivamente, portando al rilascio di 2.755 nuove abilitazioni professionali valide in Italia. Una quota significativa (49%) delle istanze risulta ancora in lavorazione o in attesa (casi “neutri”, comprensivi di procedure di compensazione in corso o ricorsi pendenti), mentre solo il 4% delle richieste è stato respinto definitivamente. I dati rivelano anche chi presenta più richieste: sorprendentemente, oltre il 59% delle domande del 2022 riguardava titoli ottenuti in Romania, seguite da quelle con titoli conseguiti in Spagna (circa 17%). Questo non significa necessariamente che tutti i richiedenti siano romeni o spagnoli: in molti casi si tratta di cittadini italiani che hanno studiato in quei Paesi (fenomeno dovuto al numero chiuso per l’accesso ai corsi professionalizzanti o ad altre difficoltà di settore previste dell’ordinamento italiano) e ora chiedono di far riconoscere la qualifica in patria. La professione di gran lunga più coinvolta è stata quella di insegnante di scuola secondaria, che da sola ha rappresentato il 54% delle richieste (circa 3.169 domande). A seguire, vi è un consistente numero di istanze per le professioni sanitarie – medici, infermieri, fisioterapisti e dentisti – che insieme hanno totalizzato circa 2.000 richieste nel 2022. Questo conferma due trend: da un lato molti italiani in anni recenti hanno conseguito all’estero titoli in campo medico-sanitario o abilitazioni all’insegnamento (spesso in Romania, Spagna, Albania, ecc.) per poi rientrare; dall’altro lato, anche professionisti stranieri qualificati (specie dall’UE) chiedono accesso al mercato italiano, ma concentrati in pochi settori.

Esempi concreti: nel settore odontoiatrico, si ricorda il boom di italiani laureati in odontoiatria all’estero (soprattutto in Spagna e Romania) a inizio anni 2010: nel 2014 ben 417 dentisti italiani formatisi fuori ottennero il riconoscimento in Italia, ma da allora il fenomeno è in calo (381 riconoscimenti nel 2015, scesi a 375 nel 2016). Anche il numero di dentisti stranieri riconosciuti in Italia è diminuito (52 nel 2016, contro 85 l’anno precedente). Questi dati settoriali confermano come il riconoscimento dei titoli esteri sia strettamente legato alle esigenze del mercato italiano: quando in Italia i posti di studio sono contingentati (numero chiuso) o c’è carenza di personale in certi ruoli, aumentano gli italiani che vanno a formarsi fuori e poi richiedono l’equipollenza; specularmente, professionisti formati all’estero colgono opportunità in Italia se vi è domanda (ad esempio, molti docenti con qualifiche dall’estero per colmare posti vacanti nelle scuole).

Aggiornamenti 2024-2025 sulle mobilità studentesche in Europa

Nel 2024 il programma Erasmus+ ha registrato circa 1,5 milioni di partecipanti tra i 27 Stati membri dell’UE. Questo numero riflette la costante crescita di Erasmus+, che negli ultimi anni si è ampliato oltre gli scambi universitari per includere tirocini, apprendistati e altre esperienze formative all’estero. Il budget complessivo destinato al programma nel settennato 2021-2027 ammonta a 26 miliardi di euro, a riprova dell’impegno europeo nel potenziare queste opportunità di mobilità. In Italia l’iniziativa ha avuto particolare successo: oltre un milione di studenti e neolaureati italiani hanno partecipato a Erasmus+ nell’ultimo decennio, beneficiando di esperienze internazionali di studio o lavoro.

Non mancano tuttavia le critiche. Nonostante i finanziamenti ingenti e i grandi numeri assoluti, Erasmus+ raggiunge ancora una piccola parte della popolazione studentesca. Si stima che solo circa il 2,3% dei giovani europei (18-30 anni) abbia usufruito della mobilità Erasmus nel 2024. Questo ha alimentato dibattiti sul carattere “elitario” del programma e sulla necessità di renderlo più inclusivo. Nel frattempo, tra le novità recenti più significative vi è il rientro del Regno Unito nel programma: a fine 2025 Unione Europea e governo britannico hanno trovato un accordo per associare di nuovo il Regno Unito a Erasmus+ a partire dal 2027, ripristinando così gli scambi studenteschi bilaterali senza oneri aggiuntivi per gli studenti. Di seguito esaminiamo nel dettaglio questo sviluppo cruciale riguardante il Regno Unito.

Il Regno Unito: dal dopo-Brexit al rientro in Erasmus+

Dopo la Brexit, il Regno Unito ha abbandonato Erasmus+ nel dicembre 2020. L’allora premier Boris Johnson motivò l’uscita definendo il programma troppo costoso per Londra, sottolineando che il Regno Unito ospitava circa 35.000 studenti europei all’anno a fronte di solo 17.000 studenti britannici inviati sul continente. Per sostituire Erasmus, il governo britannico lanciò il cosiddetto programma Turing, focalizzato principalmente sull’invio di studenti britannici all’estero, ma questo schema non è mai decollato né ha compensato la perdita di mobilità in entrata. La conseguenza immediata è stata la caduta degli scambi reciproci: privi dei fondi Erasmus e con l’introduzione di costose tasse universitarie da studenti internazionali, molti meno giovani europei hanno potuto permettersi di studiare nel Regno Unito.

Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, agli studenti comunitari non viene più riconosciuto lo status di home student, con la conseguente perdita dell’accesso alle rette agevolate e ai prestiti studenteschi britannici. Ne è derivato un ostacolo economico rilevante: gli studenti UE sono ora tenuti a versare tasse universitarie di livello internazionale, spesso nettamente superiori a quelle applicate in precedenza agli studenti domestici. L’impatto sulle iscrizioni è stato immediato e profondo. Nel primo anno successivo alla Brexit, i nuovi ingressi di studenti europei nelle università britanniche si sono ridotti di oltre la metà, per poi diminuire ulteriormente nei due anni seguenti, fino a toccare il livello più basso degli ultimi decenni, con dati che non si registravano dal 1994.

Il crollo delle presenze si è rivelato drastico. Il Regno Unito, un tempo calamita per gli studenti UE, ha visto le iscrizioni degli europei diminuire drasticamente. Basti pensare che prima del 2020 vi era un rapporto di circa 3 a 1: per ogni studente britannico in un ateneo dell’UE, almeno tre studenti europei venivano a frequentare le università britanniche. Dopo la Brexit, invece, queste cifre sono precipitate. La rimozione dello status di “home student” per i cittadini UE e il triplicarsi delle rette universitarie per gli europei hanno fortemente scoraggiato la mobilità verso il Regno Unito. Parallelamente, anche il numero di studenti britannici che scelgono di studiare in Europa è crollato in assenza dei finanziamenti Erasmus. In sintesi, dal 2021 in poi gli scambi studenteschi tra UK e UE hanno subito un brusco arresto, privando migliaia di giovani di opportunità formative internazionali.

Negli anni 2024 e 2025 si sono registrati importanti sviluppi riguardo agli scambi studenteschi tra Regno Unito e Unione Europea. Fino all’estate 2024, il governo britannico escludeva un ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+; tuttavia, nel maggio 2025 ha invertito rotta, annunciando l’intenzione di riassociarsi al programma come parte di un “reset” delle relazioni con Bruxelles. Questi negoziati hanno portato a un accordo ufficiale, annunciato nel dicembre 2025, che prevede la riammissione del Regno Unito in Erasmus+ a partire dal 2027.

Uno spiraglio si è aperto con il cambio di governo a Londra. Il nuovo esecutivo guidato dal primo ministro Keir Starmer (Partito Laburista) ha adottato un approccio più collaborativo con Bruxelles, includendo nel proprio manifesto elettorale del 2024 l’impegno a riportare il Regno Unito in Erasmus+. Questo impegno si è concretizzato nel dicembre 2025, quando Londra e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo storico per la riadesione britannica al programma. A partire dal 2027, dunque, decine di migliaia di studenti britannici ed europei potranno di nuovo studiare, formarsi o fare tirocinio gli uni nei Paesi degli altri grazie a Erasmus+. L’intesa segna un importante passo avanti nel percorso di riavvicinamento post-Brexit e ha ricevuto un’accoglienza entusiasta nel mondo accademico britannico, tradizionalmente favorevole alla cooperazione internazionale.

Infatti, proprio in questi ultimissimi giorni il tema della mobilità studentesca tra Unione Europea e Regno Unito è tornato al centro del confronto politico tra Londra e Bruxelles, come parte del più ampio riavvicinamento promosso dal governo guidato da Keir Starmer dopo gli anni di irrigidimento successivi alla Brexit. Il punto più avanzato del dialogo riguarda il possibile ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+ come Paese associato, ipotesi sostenuta apertamente sia dall’esecutivo britannico sia dalle istituzioni europee. Non si tratta, allo stato attuale, di una legge autonoma già approvata, ma di un’intesa politica in fase di definizione che richiederà passaggi formali successivi, inclusi accordi finanziari e atti di recepimento. Accanto a Erasmus+, è oggetto di discussione anche un meccanismo più ampio di mobilità giovanile tra UE e Regno Unito, spesso indicato come schema di youth mobility, che consentirebbe a giovani europei e britannici di studiare e lavorare oltreconfine per periodi prolungati. Su questo secondo fronte non esiste ancora un testo normativo consolidato, ma il tema è stabilmente inserito nell’agenda negoziale. Il dato rilevante, dal punto di vista degli studenti, è che Londra e Bruxelles hanno riaperto un canale strutturato di dialogo sulla mobilità, riconoscendo il valore strategico degli scambi accademici e formativi, dopo anni in cui l’uscita del Regno Unito da Erasmus aveva prodotto un calo netto dei flussi e un aumento significativo dei costi per gli studenti europei.

Secondo le stime ministeriali, oltre 100.000 persone nel Regno Unito potranno beneficiare di opportunità di studio o tirocinio all’estero già nel primo anno di rinnovata adesione a Erasmus+. Inoltre, il nuovo accordo estende il ventaglio dei beneficiari ben oltre i soli studenti universitari, includendo ad esempio apprendisti, studenti di istituti tecnici, insegnanti e altri staff formativi, a conferma di un approccio più inclusivo alla mobilità educativa.

Dal punto di vista finanziario e operativo, il rientro nel programma comporterà per il Regno Unito un contributo di 570 milioni di sterline per l’anno accademico 2027/28. Le autorità britanniche hanno evidenziato di aver negoziato uno sconto del 30% rispetto alla quota che normalmente sarebbe richiesta a un paese non UE. Più importante ancora, l’accordo ripristina la parità di trattamento per gli studenti (solo nel perimetro della mobilità temporanea): i giovani del Regno Unito potranno trascorrere parte dei loro studi in università europee senza pagare tasse aggiuntive, e viceversa gli studenti provenienti dall’UE potranno frequentare per un periodo gli atenei britannici pagando le stesse rette dei loro colleghi locali. Si eliminano così gli ostacoli economici introdotti dalla Brexit, riaprendo il Regno Unito agli studenti europei che vogliono venire a formarsi oltremanica senza doversi indebitare con costi proibitivi.

La nuova intesa prevede, per gli studenti dell’Unione europea coinvolti in programmi di mobilità Erasmus+, l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie presso l’università britannica ospitante. Durante il periodo di scambio, gli studenti continuano a versare, se prevista, la retta alla propria università di origine, secondo le regole ordinarie del programma. Questo meccanismo elimina l’applicazione delle elevate tasse internazionali introdotte dopo la Brexit per la mobilità temporanea, ma non incide sul regime delle rette per l’iscrizione a cicli di studio completi nel Regno Unito, che resta disciplinato dallo status di residenza dello studente.

Allo stesso tempo, gli studenti britannici in mobilità continueranno a versare le normali tasse presso la propria università nel Regno Unito e potranno usufruire di una borsa di studio per contribuire alle spese di vita all’estero. Eliminando gli ostacoli dei costi aggiuntivi di iscrizione da entrambe le parti, gli studenti europei potranno nuovamente studiare in Gran Bretagna senza oneri proibitivi, e ci si attende una ripresa consistente degli scambi accademici e della cooperazione educativa tra il Regno Unito e l’Europa. Il governo britannico ha descritto il ritorno in Erasmus+ come “una enorme vittoria per i nostri giovani” capace di abbattere barriere e ampliare gli orizzonti formativi delle nuove generazioni.

Gli osservatori si aspettano che la partecipazione torni gradualmente ai livelli pre-2020. Nell’ultimo anno di adesione britannica a Erasmus (il 2020), erano coinvolte circa 50.000 persone nei progetti di scambio con il Regno Unito (oltre 30.000 studenti europei in arrivo e circa 17.000 britannici in partenza). Con la nuova intesa si prevede di poter raggiungere e persino superare questi valori: le capacità messe in campo mirano a facilitare la mobilità fino a 100.000 partecipanti complessivi tra Regno Unito ed Europa. Il ritorno di Londra nel programma è stato salutato come «un enorme passo avanti» sia dalle associazioni studentesche che dai vertici accademici. Viene infatti riconosciuto che questa ritrovata cooperazione offrirà opportunità formative “che cambiano la vita” a migliaia di studenti, rafforzando nuovamente i legami culturali e accademici tra il Regno Unito e il continente europeo.

Il costo dell’università nel Regno Unito dopo la Brexit

Nel Regno Unito il costo degli studi universitari dipende in modo molto netto dallo “status di tassazione” dello studente, cioè dal fatto che sia considerato home (nazionale o equiparato) oppure overseas/international (non residente secondo i criteri UK). Per un corso di laurea triennale in Inghilterra, Galles o Irlanda del Nord, la retta home è fissata dal governo a circa £9.535 all’anno per l’anno accademico 2025/26, con una leggera variazione legata all’inflazione rispetto agli anni precedenti.

Lo status home viene riconosciuto, oltre che ai cittadini britannici, anche a chi ha acquisito un settled status o pre-settled status nell’ambito dell’EU Settlement Scheme, a condizione di aver vissuto nel Regno Unito per almeno tre anni prima dell’inizio del corso o di soddisfare altri requisiti di residenza ordinaria stabiliti dal governo. Per questi studenti il trattamento fiscale e di accesso ai finanziamenti è molto simile a quello dei cittadini UK, potendo anche accedere ai prestiti per le tasse universitarie o a sostegni statali in base alla normativa vigente.

Per tutti gli altri, cioè studenti europei senza settled o pre-settled status, e studenti di paesi terzi, il regime è quello international/overseas. In questo caso le rette variano in modo significativo in base all’ateneo e al corso di laurea: per gli undergraduate si va tipicamente da circa £11.400 fino anche a oltre £38.000 all’anno, con importi spesso molto più alti nei corsi di business, medicina o ingegneria rispetto alle discipline umanistiche.

Questa differenza ha un impatto sostanziale sulla spesa totale per lo studente. A parità di corso e università, uno studente qualificato come home paga una retta di circa un terzo o un quarto rispetto a un international student. È importante sottolineare che lo status non dipende dalla cittadinanza in sé, ma dalla residenza e dallo status migratorio annesso: chi proviene dall’UE ma non ha un percorso di residenza prolungato nel Regno Unito alla data di inizio corso, in genere è classificato come international.

Questa struttura tariffaria rende il settle status non solo rilevante per l’accesso legale e ai servizi nel Regno Unito dopo la Brexit, ma anche decisivo per la fattibilità economica degli studi, poiché determina a quale fascia di tasse universitarie lo studente sarà soggetto.

Studenti stranieri e laureati internazionali in Italia

Per completare il quadro, va considerato quanti stranieri arrivano in Italia per studiare o lavorare con un titolo ottenuto altrove. Sul fronte accademico, gli studenti con cittadinanza estera rappresentano oggi circa il 5% degli iscritti nelle università italiane. Nell’anno solare 2022 si sono laureati in Italia 12.214 studenti stranieri, pari al 4,3% di tutti i laureati dell’anno. Si tratta perlopiù di giovani originari di altri Paesi europei (quasi la metà dei laureati stranieri viene da Romania, Albania e nazioni limitrofe) e, in misura minore, di asiatici, africani e americani che hanno scelto l’Italia per l’istruzione superiore. Pur in crescita rispetto al passato (nel 2005 i laureati stranieri erano appena l’1,5%), questi numeri restano esigui se confrontati col contesto internazionale. Per esempio, Regno Unito, Francia e Germania conseguono ogni anno percentuali a doppia cifra di laureati esteri nei loro atenei, segno di maggiore capacità attrattiva.

Quanto ai professionisti stranieri, molti scelgono l’Italia per esercitare dopo aver conseguito altrove la qualifica. Tra questi vi sono, come visto, numerosi insegnanti (sovente dell’Est Europa) e operatori sanitari. Le procedure di riconoscimento per chi proviene da paesi dell’Unione Europea sono agevolate da direttive comunitarie, mentre per i titoli extra-UE l’iter può essere più lungo. I dati sulle domande di riconoscimento professionale già citati (quasi 6 mila nel 2022) includono sia italiani con titoli esteri sia cittadini di altre nazionalità; la prevalenza di richieste relative a Romania e Spagna indica comunque che l’interscambio intraeuropeo è il più rilevante. In altre parole, il fenomeno dei “laureati esteri in Italia” comprende ad esempio l’ingegnere romeno o l’infermiere spagnolo che vengono a lavorare qui, così come l’italiano che ha studiato medicina in Romania o Spagna e poi torna in patria. Entrambi hanno bisogno del via libera ufficiale prima di poter esercitare: nel caso delle professioni regolamentate, questo assume la forma di un decreto di riconoscimento (spesso pubblicato in Gazzetta Ufficiale) che conferisce l’abilitazione in Italia equivalente a quella originaria.

Dal punto di vista istituzionale, l’Italia negli ultimi anni ha rafforzato gli strumenti per il riconoscimento dei titoli, aderendo a iniziative europee per facilitare la mobilità. Oltre a CIMEA per i titoli accademici, esiste un Centro di assistenza per il riconoscimento delle qualifiche professionali presso il Dipartimento Affari Europei, e varie piattaforme informative (come la dichiarazione di valore rilasciata dalle ambasciate, l’Europass, o il Qualifications Passport for Refugees per i rifugiati senza documenti completi). Nonostante ciò, permangono criticità: lungaggini burocratiche, frammentazione delle competenze tra enti diversi, e in alcuni casi requisiti aggiuntivi (esami integrativi, tirocini di adattamento) per colmare differenze di formazione. Tali ostacoli vengono spesso denunciati sia dagli italiani rientrati sia dai laureati stranieri, evidenziando la necessità di procedure più snelle e reciproche (anche molti italiani all’estero incontrano difficoltà analoghe nel farsi riconoscere i titoli italiani fuori dall’Italia).

Se è vero quindi, che ogni anno decine di migliaia di studenti italiani vivono esperienze formative oltreconfine, tramite lauree complete o programmi di scambio, è anche vero che questi viaggi di studio brevi o spesso prolungati arricchiscono il curriculum creando un vantaggio competitivo inestimabile. Una parte di essi rimane stabilmente all’estero contribuendo al fenomeno della fuga dei cervelli, mentre altri rientrano portando competenze preziose ma scontrandosi spesso con il tema del riconoscimento dei titoli acquisiti fuori. Parallelamente, l’Italia attrae ancora relativamente pochi studenti e professionisti stranieri, anche se in crescita, e si confronta con sfide simili nel valorizzare i talenti formati altrove. I numeri raccolti negli ultimi cinque anni mostrano un quadro in evoluzione: da un lato la mobilità internazionale degli studenti italiani è in espansione (con l’Italia leader nelle partenze Erasmus), dall’altro il Paese fatica a trattenere e richiamare i laureati, rendendo cruciale intervenire sia migliorando le opportunità interne sia snellendo i meccanismi di riconoscimento dei titoli per favorire un vero scambio bidirezionale di cervelli anziché una perdita unilaterale.